Basta Cemento !

Come era stato richiesto a gran voce dagli elettori : Incominciati i tagli alla cementificazione e alla svendita del territorio ai privati, previsti dalle sinistre.

Pgt, tagliati il centro Briantea e il raddoppio dell’Auchan

In tutto 70 mila metri quadri in meno destinati a terziario-commerciale
Tra cui 17 mila a ridosso di Longuelo, altri 7 mila per il polo di via Carducci

La prima sforbiciata al Pgt c’è stata. Ieri sera nella seconda seduta della Terza commissione incaricata di valutare le controdeduzioni al documento urbanistico. E non si è trattato di una sforbiciata da poco: metro cubo in più metro cubo in meno circa 250 mila, almeno 70 mila dei quali in tema di terziario commerciale. Due degli otto ambiti stralciati, riguardavano infatti, il nuovo centro commerciale Briantea, 17 mila metri quadri a ridosso del rondò di Longuelo, e il raddoppio dell’Auchan di via Carducci (7 mila metri quadri). Un taglio che ha fatto discutere a lungo – la seduta complessivamente è durata più di tre ore – e che alla fine ha visto tutti sulle posizioni iniziali: maggioranza a favore e minoranze astenute con il solo distinguo di Giuseppe Mazzoleni (Udc) che, sulla prima votazione, quella riguardante il centro Briantea, ha votato a favore. «L’aumento degli spazi commerciali in un’area già sufficientemente densa da questo punto di vista – ha sostenuto l’assessore all’Urbanistica Andrea Pezzotta a proposito di entrambi gli interventi – ci ha indotto a stralciarli». «In secondo luogo – ha aggiunto in particolare a proposito del Centro Briantea – non si può trascurare il tema viabilistico anche in vista dell’inaugurazione del nuovo ospedale».(da Eco di Bergamo,18-11-09)

Basta Cemento !ultima modifica: 2009-11-18T17:03:00+01:00da leganord.b
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Un pensiero su “Basta Cemento !

  1. LANCILLOTTO (Roma e Milano)
    Roma e Milano non sono comparabili neanche lontanamente. Roma, appena fuori dello splendore ineguagliabile del suo centro storico, nelle sue vaste periferie o borgate o città satellite e svincoli, è una città semplicemente impresentabile. Prima di arrivare al centro siamo ormai tutti abituati a dover attraversare una cintura immonda di urbanizzazioni che nei decenni rimangono vergognose senza che alcuno se ne preoccupi. Ogni volta che esco dall’autostrada rincontro lungo la Salaria o la Nomentana gli stessi sfasciacarrozze in primo piano, strade perennemente slabbrate, insegne sfacciate, pubblicità assatanata, segnaletica pali paletti e ferri di varia natura tutti storti divelti assaliti, caos di auto in sosta, conseguente traffico inquieto e insicuro, spiazzi e slarghi come radure desolate contese da immondizie cofani variopinti e vegetazioni spelacchiate, programmatica assenza di marciapiedi, alberi a volte imponenti ma spaesati come pachidermi d’altra epoca, rumore irritante di motorini e bus affaticati, file sfibranti… mi prende un’ira funesta che fucilerei tutti i sindaci degli ultimi trent’anni. (L’unico modo per arrivare civilmente a Roma è col treno).
    Mi chiedo a cosa servono tutti quei sindaci che con gran clamore si alternano inutilmente ogni cinque anni, possibile che non abbiano occhi per vedere tanta oscenità? Chiedono sempre leggi speciali, ovviamente per le solite scorpacciate di opere più o meno grandi -e va bene, per carità- ma possibile che fingano così ottusamente di considerare normali tutte quelle oscenità? Confidano nella consuetudine, e in effetti con successo, visto che nessuno gli imputa quell’oceano di sconcezze, quella ciambella di vergogne che ineluttabili come una tassa dobbiamo attraversare per raggiungere il grande centro.
    E’ tutta una classe politica a fingere di non sapere una cosa importante, che però vi ricordo io: i forestieri vengono ugualmente perché armati da quello stesso spirito tollerante che li anima quando vanno a Bombay o al Cairo. E finge pure -tutta la classe politica- di non ricordare che proprio per questi oceani di sconcezze urbane, l’Italia fu il primo paese turistico del mondo (anni ’60), ma adesso è solo quinto dietro Francia, Spagna, Usa e Cina. Fingono normalità di fronte al dato degli arrivi turistici a Roma, la metà di Londra o Parigi, quando logica vorrebbe che fossero almeno il doppio.
    Milano è tutt’altra cosa. Da oltre un decennio nelle vaste periferie le aree inedificate sono state pressoché sistematicamente guadagnate all’uso di verde pubblico, peraltro ben curato con un esercito di addetti dotati di taglia erba; ognuno può scendere dal marciapiede e accedere in queste lunghe e a volte larghe aree verdi pianeggianti, ricche di alberature vecchie e nuove, di giochi dei bimbi, di impianti sportivi piuttosto frequenti. I condomini degli anni ’50 e ’60, intrinsecamente assai deboli (al primo piano si può sentire chi fa pipì al secondo), sono tuttavia mantenuti con grande cura nelle facciate, nell’ordine interno, e il tutto alla fine ha l’aria di una solida dignità.
    Bene bravi, non c’è confronto tra le due città, la prima è un’affascinante metropoli del terzo mondo, la seconda è città del nord Europa. Ma non avremmo preso carta e penna per cose tanto evidenti e risapute.
    Se Milano è riuscita alla fin fine nello sforzo sovrumano di assomigliare a Berlino, a Londra, a Stoccolma, è chiaro come il sole che camminando tra tanto verde (sia nella metropoli lombarda che in quelle del nord Europa), risuona sommessa e ossessiva la domanda: è va bè, ma Lancillotto? Che ci faccio con tanto verde?
    Quel verde infatti ha i suoi difetti. Mentre le strade maggiori vi si immergono distanziandosi dagli agglomerati di condomini, questi ultimi -immersi nel loro verde- rimangono molto isolati in se stessi: di tra le frasche s’intravedono negozi e insegne dal segnale troppo debole, negozi di condominio che invece ambirebbero ad offrirsi molto meglio all’intero quartiere. Tutto quel verde diventa un elemento separatore, non connettore: camminando sui marciapiedi si vedono molti altri pedoni in movimento qua e là ma tutti troppo lontani, è raro il beneficio di guardarsi negli occhi. Nonostante un’alta densità di popolazione comprare il giornale implica lunghe camminate fino al più vicino centro commerciale (baricentrico tra più agglomerati). Pure le chiese moderne si pongono a metà strada tra diversi grappoli di condomini, sicché rimangono anch’esse isolate in mezzo ai campi (parchi pardon) e i fedeli del circondario non sanno se andare a piedi o in macchina.
    Milano sembra la capitale della correttezza politica, il verde è ormai -si capisce benissimo- il nuovo totem indiscutibile, misura metafisica dell’agognato status nordeuropeo.
    Ma la città (intendo quell’esperienza tipica degli umani che conosciamo come luogo di massima concentrazione di volumi spazi funzioni e persone), si rarefa come una nebbia e un senso di inappagamento pervade il passante. La sensazione, anche stando immerso nella dignità di quartieri rinomati e dotati, stavolta stiamo gironzolando pel vasto Gallaretese, è di essere troppo isolati, dispersi, in una specie paradossale di deserto urbano.
    Per la paura irrazionale di mancare del verde, si concepiscono grandi contenitori (i condomini) staccati l’uno dagli altri e separati il più possibile da siepi e alberature. Poi si piange che sono anonimi, spersonalizzanti. Ma anonimo e spersonalizzante è il mancato legame fisico tra di loro. Quasi un’occasione mancata: siamo in tanti, siamo così grandi e vicini, ma non riusciamo a fare sistema pienamente, c’è troppo verde che ci separa, che ci vieta di immaginare -almeno ripensare- un completamento, un ridisegno organico e pienamente urbano.
    Quel verde è troppo e chiaramente totemico, dà l’idea delle vacche sacre dell’India. Perché invece non ci si industria a renderlo utile in qualche modo, oltre il mero godimento del verde? Ci vedrei bene mucche e pecore al pascolo, anche piccoli digestori di biomasse (che ci fanno con tanta erba quotidianamente tagliata?) Tutti quei pensionati che ciondolano nelle panchine dei centri commerciali, perché non possono costruirvi lunghe file discrete di conigliere e recinti di galline?
    Ma soprattutto mancano le piazze, luoghi precipui dell’incontro, dello scambio già almeno degli sguardi, degli umori, e poi delle parole e delle cose; l’unico posto dove può delinearsi la famosa identità (di un quartiere, di una comunità), tanto che non a caso nei secoli è attorno alle piazze che si è voluto cucirsi addosso i grandi volumi dello star bene insieme -chiesa mercato palazzo casa fontana. Addirittura, è forse vero il meccanismo contrario: tanta era ab origine la concentrazione e quindi l’addossarsi di edifici (la voglia di stare insieme), che la piazza nasce ad un certo punto come cosciente sottrazione, come buco provvidenziale tra le trame fitte di un tessuto ormai bisognoso di una pausa, di un grande e benefico respiro. Ma per star bene il più possibile vicini. L’uomo è un animale sociale e l’urbanistica moderna se l’è dimenticato. Siccome la concentrazione può anche portare caos, s’è scelto di buttare insieme all’acqua sporca anche il bambino dello stare insieme, del fare sistema. Tanto verde pochissime piazze dunque, quasi un equivoco tra i due, uno scambio di persona, ma è la piazza che fa la città non il verde. La piazza, genio italiano, non compare nei nostri piani regolatori; nelle loro sofisticate nomenclature compare una P ma significa parcheggio non piazza. Se fino agli anni ’20 (a partire dalla notte dei tempi) l’edificato urbano è stato sempre contiguo (un edificio attaccato all’altro), perché mai in questi ultimi decenni s’è voluta spappolare la città in una miriade di grandi contenitori che non si parlano tra loro?
    Insomma a Roma c’è ancora da conquistarsi la dignità urbana, mancano molti componenti di base e ogni idea di arredo urbano, di respiro. A Milano invece si può puntare a ricucire la storica separazione (comune alle città occidentali) tra modernità e persona. Chissà che intorno alle conigliere non si sviluppino in cent’anni nuclei edilizi capaci di connessione e appagamento.

    Arch. Luigi Fressoia

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