UN SENSO A QUESTA STORIA

Ci sono state le primarie nel Pd, pochi mesi fa, tra Bersani, Franceschini e Marino. È passato come uno slogan tra tanti, ma il motto di Bersani “un senso a questa storia” è un esempio di straordinaria sintesi di una straordinaria confessione. Riflettiamo un po’, a quale storia si vuole dare un senso? Ma è ovvio, è la storia grandiosa e drammatica di quella parte cospicua del movimento operaio che si chiamò Partito Comunista Italiano.

Ebbene, ma se a tutt’oggi della storia del maggior partito comunista d’Occidente se ne ricerca il senso, è segno evidente di due cose: la vicenda di quel partito non ha avuto finora il riscontro e la benedizione di un senso accettabile (per quegli stessi protagonisti, un senso che ne giustifichi sacrifici e tragicità dal ’21 a oggi), ergo quella di adesso -a ben vedere- è una ricerca disperata. Ciò che turba il sonno degli eredi del Pci è il dubbio atroce che il nerbo di sacrifici e tragicità famose, sia stato indotto da qualche errore iniziale, da una deformazione ottica del momento, ma che in verità poteva essere evitato, non era necessario né tanto meno indispensabile. La scissione di Livorno -a quasi cent’anni ci sembra evidente- se non fosse avvenuta non avrebbe tolto nulla del positivo che il movimento operaio ha vissuto e goduto. Ugualmente la terza internazionale. Ancor di più la rivoluzione d’Ottobre: se la Grande Russia si fosse fermata alla rivoluzione di Kerenski del 1905, se non fosse caduta nel colpo di stato bolscevico del ’17, ovvero -in buona sostanza- si fosse avviata ad un riformismo “borghese” come altre nazioni centroeuropee (Germania, Ungheria, etc.), oggi molto probabilmente invece di esportare badanti sarebbe quel che la geografia le promette, cioè la maggior potenza mondiale, superiore agli Usa. In Italia assai probabilmente non avremmo avuto il fascismo, che notoriamente fu una reazione all’inconcludente rivoluzionarismo massimalista del ’19 e successivi. E nel dopoguerra se alla democrazia cristiana si fosse contrapposta una grande forza di sinistra socialdemocratica o del socialismo riformista, come una qualsiasi Bad Godesberg tedesca, di quel che il popolo italiano oggi possiede non vi sarebbe stato un’acca di meno. Ma di sicuro molto in più. Queste considerazioni, questo gioco del se, è già stato fatto da molti storici fin dagli anni ’80 in Italia (con l’avvento di Craxi) e molto prima nel mondo. Nenni disse che la scissione di Livorno fu uno sproposito.

Ma la cosa notevole è che dopo essersi volta a volta stracciati le vesti a fronte di tanto sfacciato “revisionismo”, adesso gli eredi del glorioso Pci, nel modo più dimesso e dissimulato, ovvero più sconsolato possibile, ammettono che quella storia non ebbe senso o almeno ancora non ne ha uno accettabile. E per rispetto di chi ci credette, dei molti che si sacrificarono (parlo delle ferie regalate alle feste de l’Unità), per rispetto dei non pochi che ci rimisero addirittura le penne, un senso bisogna trovarlo, assolutamente. Quel poderoso esercito perennemente in attesa di marciare, ma che non marciò mai, bensì marcì negli angiporti delle “casematte” conquistate. Mi torna in mente una scenetta a un comizio di Berlinguer,un militante che grida: “Dacci il via!” e il leader severo che col palmo della mano fa il gesto del “Calma, calma, non è tempo adesso”.

bandiera rossa.jpgPerò proprio questo debito notturno verso schiere di senza volto, rende indigesta ogni soluzione plausibile. Occhetto, nella trasmissione di Minoli che qualche settimana fa ha ripercorso la vicenda di Craxi nel decennale della morte, a fronte del riaffacciarsi del fantasma (alla caduta del muro di Berlino nell’89) di una riunificazione della sinistra non sul Pci bensì sul Psi, ha candidamente affermato: “Ma questo avrebbe significato per noi una svendita della nostra identità, non l’avremmo mai potuta accettare”.

Ecco la storica impasse: nel mentre da soli castrano ogni soluzione plausibile (quelle che comportano il riconoscere che avevano ragione rinnegati, socialdemocratici e socialfascisti, non Gramsci, Bordiga, Togliatti e compagnia cantando), come mosche contro il vetro vagano alla ricerca di un senso a quella storia.

P. S. Una postilla meritano gli ex democristiani della corrente bersaniana, che inopinatamente hanno accettato senza battere ciglio questo slogan tutto post-comunista, quando essi invero, in quanto democristiani, un senso alla propria storia ce l’hanno sempre avuto forte e chiaro. I diessini almeno hanno l’attenuante degli inediti contrasti del “secolo breve”, ma i cattolici che ci vanno a fare alla ricerca di un senso alla storia dei comunisti?

Lettera firmata

UN SENSO A QUESTA STORIAultima modifica: 2010-02-11T15:22:00+01:00da leganord.b
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